Risotto agli asparagi e noci


Prendiamo carta e penna 📝

Ingredienti


500 grammi di Riso Carnaroli
Brodo vegetale
Asparagi
1 cipollotto
7 noci
Parmigiano grattugiato
Olio Evo e sale

Ecco la ricetta del risotto agli asparagi e noci

Lavare bene gli asparagi e tagliare solo la parte più tenera in piccoli pezzi.
Tagliare a julienne una cipolla e farla rosolare in una padella con due cucchiai di olio extravergine di oliva.
Aggiungere gli asparagi, 1/2 cucchiaino di sale e due cucchiai di acqua.
Coprire e far cuocere per 10 minuti.
Aggiungere i gherigli spezzettati.
Tostate il riso.
Unite lentamente il brodo vegetale, poco alla volta, continuando a girare per 10 minuti a fuoco lento.
Aggiungere ora 1 cucchiaino di sale e gli asparagi.
Continuate a girare per altri 10 minuti. Spegnere la fiamma e cospargere abbondantemente di parmigiano ( ovviamente è facoltativo e a seconda dei gusti personali).
Servire il piatto caldo.

Non resta che spiegare i tovaglioli sulle ginocchia 😊


Shakespeare diceva

Tis an ill cook that cannot lick his own fingers.

Se…

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono e te ne fanno colpa,
se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo pero’ considerazione anche del loro dubbio,
se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
o essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
o essendo odiato, non dare spazio all’odio,
senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio,
se saprai sognare senza fare del sogno il tuo padrone,
se saprai pensare senza fare del pensiero il tuo scopo,
se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
e trattare allo stesso modo questi due impostori,
se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto,
distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
o a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
e piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi,
se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
e rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
e perdere,
e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita,
se saprai serrare il tuo cuore,
tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti
e a tenere duro quando in te non c’è più nulla,
se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”,
se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù
o passeggiare con i Re rimanendo te stesso,
se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
se per te ogni persona conterà ma nessuno troppo,
se saprai riempire ogni inesorabile minuto
dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
e — quel che più conta — sarai un Uomo,
figlio mio!

Di Rudyard Kipling vi consiglio di leggere ” Il libro della giungla ”.

Buona lettura e, se vi va, fatemi sapere opinioni, critiche e stupori.

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Le fatiche del vento, di Luigi Pirandello

Molto ha da fare il vento con le nuvole,
frivolo armento senza disciplina.
Piace al sole con pompa e con ossequio
d’essere accolto in cielo ogni mattina:
e fin dall’alba, ecco il vento in servizio
a preparargli una regal cortina.
Sul vespro, poi, nuovo apparato!
Gli uomini soglion tra loro chiamar pazzo il vento;
forse perché si pensa che non debbano
costar fatica alcuna, alcuno stento,
que’ suoi servigi; ma se gli si sbandano
le nubi e il sol se ne va via scontento?
Se ogni villano vuol acqua sul proprio
campicello, e lui, per firmamento,
gira e rigira non trova una nuvola,
quando poche sarebbero anche cento?

Wislawa Szymborska – Monologo per Cassandra

Sono io, Cassandra.
E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.

È vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.

Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde –
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla è più facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di –

È andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.

Se desiderate conoscerla un po’ di più vi consiglio di leggere uno dei suoi capolavori: la gioia di scrivere.
Buona lettura.

La mia Africa

In Africa avevo una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong. A un centocinquanta chilometri più a nord su quegli altipiani passava l’equatore; eravamo a milleottocento metri sul livello del mare. Di giorno si sentiva di essere in alto, vicino al sole, ma i mattini, come la sera, erano limpidi e calmi, e di notte faceva freddo.
La posizione geografica e l’altezza contribuivano a creare un paesaggio unico al mondo, Nulla che fosse grasso e lussureggiante: era un’Africa distillata lungo tutti i suoi milleottocento metri di altitudine, quasi l’essenza forte e raffinata di un continente.

Incipit del mese

La mia Africa, di Karen Blixen